Riascolti: The Long Run (1979)

Tra me e gli Eagles non fu amore alla prima canzone. Quando iniziai a capire qualcosa di musica nei negozi c'era The Long Run (1979), ma per vari motivi mi concentrai su altri artisti. Nulla di programmato, o voluto, diciamo che la band di Don Henley e Glenn Frey non mi capitò, e di conseguenza non accompagnò la mia adolescenza. In seguito continuai ad ascoltare i long playing degli Eagles distrattamente, senza approfondire il discorso e passarono molti anni prima che mi decidessi ad acquistare qualcosa di uno dei gruppi più noti del pianeta. Quel qualcosa fu proprio The Long Run, trovato su una bancarella di Porta Portese e successivamente pescato dallo scaffale dei cd quando avevo voglia di perdermi nella dimensione romantica di I Can't Tell You Why. Tutto questo fino a quando, molti anni dopo, l'album non catturò la mia attenzione in modo del tutto inaspettato, e presi ad ascoltarlo tutti i giorni per diversi mesi di fila. Vai a capire perché.

Frutto di un triennio caratterizzato da tensioni, eccessi e perfezionismo esasperato, The Long Run suona meccanico e decisamente stanco, ma probabilmente furono proprio i suoi fondamentali difetti a conquistarmi. Mi capita spesso con le opere discografiche maltrattate da critica e appassionati della prima ora. Il lento e ipnotico incedere di King Of Hollywood, caratterizzato da una monotonia di fondo sorprendente ma anche dai suggestivi intrecci chitarristici di Felder, Walsh e Frey è ancora oggi uno dei pezzi rock che mi piacciono di più.

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