8 marzo 2016

Sporcarsi le mani

Data la mia giovane età, Dirty Work fu il primo album degli Stones che acquistai in tempo reale, vale a dire al momento della sua pubblicazione. Lo ascoltai moltissimo, in quanto nuovo disco di una delle band che amavo di più, ma non mi piacque granché. Trovai belle Harlem ShuffleOne Hit (To The Body) e la title-track, però mi parve un lavoro fondamentalmente poco ispirato, privo delle abituali love songs d'atmosfera. Va bene, c'era la sognante e romantica Sleep Tonight, ma la cantava Keith e i limiti dei suoi mezzi vocali li sentivo tutti, non potevo farci nulla. A quanto si diceva, era stato proprio Keith Richards ad accollarsi gran parte delle fatiche in studio, fermamente intenzionato a proseguire sulla strada di sempre, l'unica che conosceva. Per contro, a quei tempi Mick stava cercando di riciclarsi come artista solista, in un difficilissimo tentativo di emancipazione dal gruppo più noto del pianeta, e concentrava i propri sforzi in quella direzione. Leggevo qua e là di forti tensioni tra i Glimmer Twins, di litigi e di futuro incerto e la cosa non mi faceva certo piacere, soprattutto perché non avevo mai avuto il piacere di vederli dal vivo. A conferma di questa incresciosa situazione, i Rolling Stones si guardarono bene dal portare Dirty Work in tour, e una volta esauritosi il tam tam mediatico legato alla novità la parola fine tornò a profilarsi all'orizzonte. Per quanto mi riguarda, non potei fare altro che concentrarmi sul 33 giri da poco acquistato, nella speranza di apprezzarlo oltre gli effettivi meriti. Soldi per la musica ne giravano pochi, non potevo permettermi di sbagliare troppi colpi.

Oggi non ritengo pienamente riuscito il tentativo di Steve Lillywhite (che all'epoca aveva già collaborato con Peter Gabriel, U2 e Simple Minds) di ricollocare il suono della band nel decennio in corso. La presenza del produttore ebbe benefici effetti sulla batteria di Charlie, che nel precedente Undercover era a tratti inascoltabile, ma, paradossalmente, le iniezioni di sound anni '80 non avrebbero fatto invecchiare bene le canzoni dell'album. Questo per dire che se oggi One Hit suona datata, non è soltanto per questioni anagrafiche. Produttori a parte, questi sono i soliti Rolling Stones, alle prese con composizioni non particolarmente brillanti e con un Mick Jagger distratto, anche se in Winning Ugly e Back To Zero la sua voce è notevole, a parer mio.

La copertina del disco merita un discorso a parte. Keith siede comodamente, un privilegio che probabilmente riteneva gli spettasse di diritto per aver tenuto unito il gruppo. Charlie Watts, Bill Wyman e Ron Wood  si arrangiano con quel che avanza della poltrona, mentre Jagger dà quasi l'impressione di essere in punizione, esautorato dal ruolo di leader. Oppure, con questa posizione defilata, che volendo lavorare di fantasia lascia supporre un calcio nel sedere al vecchio partner, stava dicendo a Keith che gli Stones poteva tranquillamente tenerseli. Quali che fossero le reali intenzioni del cantante, le sue mani non sono visibili. Chissà, forse non erano sufficientemente sporche per essere mostrate.

2 commenti:

  1. Non mi ricordavo questo disco. La copertina è troppo anni '80, un decennio che detesto estiticamente quanto eticamente ... e se dici che anche la loro musica è viziata da quel sound, meglio perderlo che trovarlo. O esagero?

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  2. Non esageri, si tratta di un disco trascurabile, poco interessante.

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