L'albero di Giosuè

Non mi sono mai appassionato alla musica degli U2, neanche quando ero giovanissimo e brani come Sunday Bloody Sunday e Pride (In the Name of Love) avrebbero potuto catturare la mia attenzione con molta facilità. Invece no, pur apprezzando qualche pezzo di Achtung Baby e The Joshua Tree, gli unici album che ho ascoltato con una certa continuità non ho mai comprato un disco del gruppo, né lo farò adesso che Bono e compagni sono approdati in edicola e potrei portarmi a casa un mucchio di cd spendendo una cifra ragionevolmente bassa. Questo mio sostanziale disinteresse non mi impedì comunque di godermi un concerto della celebratissima band irlandese, quello datato 7 luglio 1993, che ebbe luogo in un posto della capitale che poi sarebbe stato dimenticato da Dio e dalle istituzioni: lo Stadio Flaminio. Ripenso a quell'evento con grande piacere, soprattutto perché fu Elvis Presley a concluderlo sulle dolci note di Can't Help Falling In Love, che si diffusero nello stadio a volume pazzesco. Io non feci altro che chiudere gli occhi, immaginando che sul palco ormai deserto si stesse esibendo il mio idolo. Si trattò di un momento straordinariamente intenso, per il quale mi sentii in dovere di ringraziare mentalmente Bono, o chi per lui. Ad onor del vero, gli U2 si resero protagonisti di una grande notte rock, una di quelle che prescindendo dai propri gusti musicali si ricordano con piacere.

Ma gli U2 mi fanno ricordare altro, precisamente la primavera del 1987, quando The Joshua Tree - in assoluto uno degli album più osannati degli ultimi mille anni - arrivò nei negozi di dischi di tutto il mondo. Lo comprò un mio caro amico di allora e in breve tempo il cd si trasformò, mio malgrado, nella colonna sonora delle nostre giovani esistenze. Era sempre con noi, in direzione dei pub che avevamo preso a bazzicare, sulla lunga strada che portava al mare nei dintorni di Roma oppure quando decidevamo di fare un salto a Piazza di Spagna, speranzosi di rimorchiare qualche ragazza. Quel periodo di pura spensieratezza e cazzeggio, successivo alla fine delle superiori e precedente l'inizio della vita da grandi, si interruppe bruscamente alla fine di luglio di quello stesso 1987, quando salii su un treno che mi avrebbe portato giù a Taranto. Lì, in una città mai vista prima, circondato da perfetti sconosciuti e da gente che non chiedeva ma ordinava, avrei dovuto iniziare a servire la patria. Come diceva mia nonna? Chi non è buono per il re, non è buono manco per la regina. Più della saggezza di mia nonna, che forse cercava di indorarmi la pillola, mentre scrivo mi torna però in mente il sorriso di mia madre alla stazione. Sembrava bello e sincero, ma sapevo che stava fingendo per non farmi dispiacere. Poi i miei amici mi dissero che tornando a casa era scoppiata a piangere e per questo si era scusata con loro.

Passare dalla scalinata di Trinità dei Monti alla camerata di una caserma si rivelò traumatizzante. Il primo pomeriggio di libera uscita lo passai vagando per le vie di una città che per forza di cose percepivo ostile, alla disperata ricerca di un punto di riferimento. Non tardò ad arrivare. Le profonde note di basso di With or Without You partirono all'improvviso, da un piccolo banco di frutta situato in fondo alla stradina che stavo percorrendo. Furono dolorose quanto una scarica di ben assestati pugni allo stomaco. Mi resi conto che quel giorno non avevo mangiato nulla, quindi chiesi al gestore del banco quanto costasse una pesca. Me la regalò. Quando mi allontanai da quella piccola oasi nel deserto, Bono stava praticamente urlando. In quegli istanti dilatati dal tormento lo trovai molto convincente.

2 commenti:

  1. Che bello questo articolo Roberto.Mi hai fatto rivivere,più o meno,gli stessi sentimenti,paure,angosce che ho provato qualche mese prima di te.Si,anche la colonna sonora è leggermente diversa,allora per me c'era Paul Young (Love of The Common People),Self Control,ecc...a distanza di tanti anni,che nostalgia

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  2. Grazie Ivan! Hai ragione, tanta nostalgia, anche perché poi quel mese a Taranto si trasformò in un'esperienza positiva.

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