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6 aprile 2018

Il giorno dopo

Tornai a casa che era notte fonda. Non seppi fare altro che sprofondare sul divano, troppo stanco per coprire la distanza che mi separava dalla camera da letto. Accesi il televisore e pescai un canale che trasmetteva video musicali. Crollai nel giro di qualche istante, con il telecomando in mano. Troppa birra in corpo, probabilmente. Mi svegliai un paio d'ore dopo con una strana, inquietante sensazione addosso. Faceva freddo, quella notte, forse avevo la febbre. Che strano, posai gli occhi sullo schermo mentre il video di Heart-Shaped Box sfumava, e allora realizzai che Kurt Cobain mi stava effettivamente fissando. Si, intendo proprio quel primo piano prolungato al termine della canzone. Il giorno seguente qualcuno mi disse "hai visto, è morto quello dei Nirvana".

Ci rimasi malissimo. Stupidamente, attribuii a quel primo piano il valore di un saluto. Perché avrebbe dovuto salutare me, poi, non è dato saperlo. Non seppi fare altro che infilare In Utero nel lettore dei cd, con la ferma intenzione di ascoltarlo fino alla nausea e anche oltre. Invece gli preferii Nevermind, ma solo perché era più lontano dalla morte. La scomparsa di Kurt mi sembrò tremendamente insensata, anche se era stato lui a decidere come e quando andarsene. Che coglione, dai. Un vero peccato disperdere il proprio talento, salutare per sempre una giovane figlia. A Kurt volevo un gran bene, ci tenevo a ricordarlo sul blog. In modo sconnesso. Il giorno dopo.

1 aprile 2018

Pasqua con vinile


Di cioccolato ne mangio troppo durante l'anno, di agnellini non ne voglio neanche sentir parlare, allora mi godo questo bel 45 giri italiano del 1962. Credo sia sufficientemente in tema...

 

25 marzo 2018

Gli effetti benefici del Jazz

Non potrei mai scrivere la recensione di un disco Jazz. A dire il vero ci ho anche provato, ma non ne sono capace, mi mancano le basi e l'esperienza necessarie e probabilmente scriverei delle sciocchezze. Prima di mettermi all'opera andrei sicuramente a curiosare nel web, e il risultato dei miei sforzi suonerebbe fasullo, impersonale. Principalmente a me. E allora non credo che la scriverò mai, anche se il Jazz, in special modo quello della prima metà del secolo scorso, rappresenta da tanti anni una valida alternativa a quanto ascolto abitualmente. Questa passione parallela è molto facile da alimentare e mantenere, perché i dischi appartenenti a questo genere si sono sempre trovati a quattro soldi e in passato ne ho comprati tantissimi. Però non so scrivere di Jazz, tanto meno di nascente Cool Jazz e di alternative al Bebop. Mi limito ad ascoltare con grande interesse, ad apprezzare. Indugiare sulle note di Kind Of Blue mentre fuori la butta giù a secchi mi regala ancora grandi emozioni.

Iniziò con Tutu. Mi capitò di leggere una recensione dedicata all'album su una rivista musicale che compravo regolarmente negli anni '80, e avendola trovata assai positiva pensai che dopo dieci anni passati a macinare rock, l'ultima fatica discografica di Miles Davis mi avrebbe permesso di conoscere altro. Tutto qui. Pensieri semplici, lineari, tipici dei vent'anni. Forse sarebbe stato il caso di puntare a un classico dell'epoca d'oro, ma chi li conosceva? Poi non è affatto detto che si debba iniziare con i classici, no? Allora mi recai in un grande negozio di dischi della capitale e chiesi al commesso, un ragazzo senza nome e ormai senza più volto.

Avete Tutu di Miles Davis?
Che? Er Tutù? Che è?
Scusa, pensavo che questo fosse un negozio di abbigliamento.

Feci centro al secondo tentativo e dopo questa partenza stentata il 33 giri si trasformò velocemente in un grande, inatteso successo. Mi piacque perché il suono sapeva di cose antiche, ma allo stesso tempo sembrava perfettamente al passo coi tempi. Ripensandoci, il grande merito per la riuscita del disco va attribuito a Marcus Miller, che facendo praticamente tutto da solo permise a Davis di liberare la sua arte. Ricordo anche altro. La mia ragazza di allora passò a casa mentre Tutu era sul piatto, ce l'avevo appena messo. Non disse nulla, evidentemente presa da quanto stava ascoltando. Lasciò che il brano sfumasse, poi si rivolse a me con la faccia di chi ha avuto un'illuminazione improvvisa. Anche in questo caso, la conversazione è rimasta scolpita nella mia mente.

Sai, domenica prossima i miei non ci sono...
Meno male...
Se porti il disco ti faccio uno spogliarello...
Lo porto si! Per caso hai un tutù?
?
Niente, niente...

Se la cavò egregiamente, anche senza tutù.
Viva il Jazz.

22 marzo 2018

Letture disimpegnate

Credevo che i Topolino risalenti ai primi anni '70, quindi con numerazione inferiore al numero 1000, avessero un discreto valore collezionistico. Ne ero convinto perché sono molto vecchi, ma, ad essere sincero, non ho mai associato i fumetti a un possibile ritorno economico. Lo scorso anno, dovendo liberarmi di oltre quattrocento Diabolik per recuperare un po' di spazio in casa, non ho perso tempo: li ho regalati in blocco a un amico. E dire che molti di essi avevano quasi la mia età. Tornando ai Topolino, al mercatino dell'usato li vendono a 50 centesimi l'uno, l'ho scoperto domenica scorsa. Mia sorella ne ha comprati quattro del periodo 73/74. Così, ha detto, tanto per leggere qualcosa di disimpegnato. Comprendo la tua esigenza, cara sorella, dovresti saperlo che i fumetti non me li sono mai fatti mancare. Speriamo che il prezzo irrisorio degli albi in questione non mi faccia venire in mente di vanificare lo spazio recuperato con la partenza di Diabolik...

18 marzo 2018

I vinili non si contemplano, si fanno girare

Se il film Magical Mystery Tour viene generalmente ricordato come un progetto poco riuscito, anzi come il primo passo falso dell'invincibile armata Beatles, altrettanto non si può dire di diverse canzoni che la celebre band incise per dargli un senso. Tra queste spiccano la I am The Walrus di John Lennon, da sempre una delle mie preferite e la title-track firmata da McCartney, forse il primo pezzo dei Beatles che mi capitò di ascoltare quando ero bambino. Notevoli anche gli altri contributi di Paul, vale a dire The Fool On The Hill e la struggente Your Mother Should Know, che mi mette addosso una tristezza infinita. Bruttine, ma ci può stare e parlo per me, la Blue Jay Way di Harrison e la strumentale Flying, un rarissimo sforzo compositivo di gruppo.

Ricordo ai meno addentro alle faccende dei ragazzi di Liverpool che negli Stati Uniti - era il 1967 - la colonna sonora di Magical Mystery Tour generò un album, sul secondo lato del quale trovarono posto capolavori del calibro di Strawberry Fields Forever e Penny Lane, oltre al noto tormentone All You Need Is Love. In Gran Bretagna, invece, la colonna sonora finì su un doppio extended play che definire stupendo è poco. Chi ama i vinili d'epoca può facilmente intuire il mio entusiasmo.

Alcuni anni fa, mentre continuavo a comprare dischi di Elvis Presley come se non ci fosse un domani (ho smesso da poco) ebbi la brillante idea di collezionare anche i Beatles, e in breve tempo fui sul punto di completare la discografia italiana a 33 giri del quartetto, credo me ne mancassero soltanto un paio. Poi, proprio quando ero vicino alla meta, mi liberai su due piedi di quei pezzi di storia della musica moderna, rivendendoli per quattro soldi. Più o meno.

Feci un pessimo affare, inutile negarlo, però non mi sono mai pentito della decisione presa: in casa iniziavano ad affluire long playing, singoli ed extended play in ordine sparso e il gioco si stava facendo pericoloso per le mie risorse finanziarie. Diciamo che l'urgenza di venderli fu data dalla paura di ripensarci. Realizzai che non avevo nessuna intenzione di continuare a spendere senza ritegno per delle edizioni rare che non avrei mai fatto girare su un piatto. Si, perché io i vinili non li ascolto, mi limito a contemplarli. Allora lasciai perdere, ma non riuscii a privarmi del Magical Mystery Tour inglese.

13 marzo 2018

Fortuna, sfortuna, che importa?

Mia madre nacque il 28 luglio del 1939, mio padre il 17 agosto di quello stesso anno. Due date particolari, di lì a poco la Germania avrebbe invaso la Polonia dando ufficialmente inizio agli orrori della seconda guerra mondiale. La attraversarono entrambi, due bambini che crescendo percorsero il lungo viale che dai difficili anni del dopoguerra avrebbe portato a quelli del miracolo economico italiano. Poi ebbero la fortuna di conoscersi e di innamorarsi perdutamente. Non saprei dire esattamente quando, però si sposarono nel 1963, ho un mucchio di foto in bianco e nero che fissano per sempre quella giornata di sole. Non le guardo da una vita, ma non ne ho bisogno, ricordo perfettamente il sorriso radioso di mia madre e la tenerezza negli occhi di mio padre.

Due figli e una manciata di anni condivisi in una modesta casetta di periferia, che soldi per una villa non ne avevamo e andava benissimo così. Fortunati loro ad essersi incontrati, ad aver costruito insieme una famiglia fortemente voluta, sfortunato io, che fui doppiamente amato e protetto per un misero lustro.

Mio padre morì all'inizio del 1972, aveva soltanto trentadue anni. Quando mi fu detto pensai che non sarei più salito sulla Fiat 500 bianca, poi me la presi con lui perché non mi avrebbe visto andare a scuola, perché non mi avrebbe mai rimproverato. Mamma non cadde una sola volta, né si mostrò mai abbattuta o bisognosa di una parola di conforto. Si mise a lavorare e riversò su di noi tanto di quell'amore che sarebbe bastato a un esercito di figli. Si ammalò nel 1985, una cosa seria. Riuscì a sconfiggere anche la più terribile delle malattie, ma questa ripresentò il conto venti anni dopo, rendendole ingiustamente difficile l'ultimo tratto della sua esistenza. Se ne andò un giorno di settembre del 2012, noi eravamo accanto a lei. Non parlava spesso di suo marito, ma ammetteva di averlo amato, con la stessa intensità, dal primo all'ultimo giorno del loro breve viaggio insieme.

Raramente vado a trovarli. Non riesco a versare lacrime su un mazzo di fiori prima di depositarlo delicatamente, non posso abbracciare la fredda pietra illudendomi di essere riscaldato. Più di ogni altra cosa, non ce la faccio ad incrociare gli sguardi dei miei genitori, ad ignorare le date di apertura e chiusura sulle rispettive lapidi. Non sono stati fortunati. Spesso decido di andare, poi ci ripenso e chiedo mentalmente perdono.