Sulle dita di una mano

A casa ho un mucchio di dischi che non ascolto mai, avendo regalato il mio impianto stereo parecchi anni fa. Non me ne sono mai pentito. La puntina che si fa strada fra i solchi del vinile stando bene attenta a non saltare, i fruscii... Tutto molto bello, lo so, ma ho rinunciato a queste cose da un pezzo. Comunque, dal mucchio è saltato fuori un 78 giri che nemmeno ricordavo di avere. Si tratta di un brano che amo molto, sufficientemente malinconico per far sciogliere un nostalgico del mio calibro, anche se basta realmente poco. Patisco oltre ogni dire lo scorrere del tempo, non posso farci niente. Allora penso e ripenso, all'infinito, anche ad epoche che per ovvie questioni anagrafiche non mi appartengono, ma sento mie. Forse è per questo che ho accumulato dischi in vinile. Solo un misero tentativo di fissare, apparentemente per sempre, le emozioni tradotte in musica. E forse è per questo che i miei momenti di felicità si contano sulle dita di una mano, sono troppo preso dal passato per godermi il presente. Con "Arrivederci Roma" i Pink Floyd salutarono il pubblico romano al termine dell'ultimo di tre concerti a Cinecittà, nel 1994. Io ero lì. Anche questo è un ricordo che stimola la nostalgia.

Per vie traverse

Ricevo una e-mail da una casa editrice, leggo la trama del romanzo propostomi e, se non lo conosco, mi informo su chi l'ha scritto. Quindi, se l'ho trovata interessante, se è riuscita a catturare la mia attenzione ordino il libro, che mi viene recapitato in un paio di giorni, al massimo tre. Ci sono storie che non cerco, che entrano in casa per vie traverse. Bussano alla porta, si lasciano osservare, annusare sperando di piacere. L'eco delle balene di Sean Michaels è arrivato giusto ieri, pronto per essere scoperto, amato o disprezzato, conservato o donato a qualche associazione. Da parte mia aspetto il momento giusto per immergermi nella lettura e questo può voler dire un minuto, un giorno o un anno. Oppure mai, dipende. Non lo so, a qualcuno sembrerà esagerato ma queste sono cose che continuano ad emozionarmi. Parecchio.

(Dal risvolto di copertina di: L'eco delle balene - Sean Michaels. Keller Editore)

1938. Lev Sergeevič Termen è chiuso nella sua cabina a bordo della Staryj Bol’ševik, la nave che lo sta riportando a Leningrado. Tra le pareti color azzurro scrive una lettera a Clara Rockmore, suo unico vero amore. Ricorda i primi anni a Leningrado come scienziato, l’invenzione dello strumento più strano al mondo – il theremin – e il sogno del Cremlino che quella e altre creazioni potessero essere utilizzate per infiltrarsi nella patria del capitalismo. Invece era stata New York a fare breccia nel cuore di Termen con i primi jazz club, i locali di Harlem e i concerti alla Carnegie Hall.
L’America conosceva il proibizionismo e lui incontrava Rockefeller, Gershwin, Šostakovič, George Bernard Shaw, Glenn Miller; l’economia statunitense veniva travolta dal crollo del Ventinove e lui insegnava i magneti a Somerset Maugham, inventava nuovi prodigi elettrici e incontrava Clara, la giovane violinista per la quale era stato subito amore.
In un crescendo continuo, tra una missione a Alcatraz, lotte di kung fu e giochi di spionaggio che non porteranno a nulla di buono, Termen è infine costretto a fare ritorno in Russia, ma il Paese che trova non è quello che aveva lasciato e ben presto viene spedito in un gulag siberiano.
L’eco delle balene, ispirato alla vita dello scienziato russo Lev Termen, è un romanzo elegante e affascinante di amore ed elettricità, che si muove tra bellezza, meraviglia e il dolore di un cuore spezzato.

Musica e collezionismo

Forse, contrariamente a quanto si è portati a credere, non sono un grande appassionato di rock 'n' roll. Lo dico perché ci sono brani entrati di diritto nell'immaginario collettivo che non mi piacciono molto, oppure non mi piacciono per niente. Ad esempio, digerisco poco Rock Around The Clock e Great Balls of Fire, ma in questo caso ne riconosco il valore, si tratta semplicemente dei miei gusti personali. Invece non sopporto Be-Bop-A-Lula e Tutti Frutti, due canzoni che faccio fatica ad ascoltare. In effetti, non le ascolto mai. Se, a dispetto delle leggende metropolitane, Elvis non ha mai cantato il classico di Gene Vincent (per fortuna) ha però interpretato quello di Little Richard, che è presente nello storico album Elvis Presley del 1956. Che dire, nemmeno il re del rock 'n' roll riesce nell'impresa di farmelo apprezzare, non posso prescindere da un testo che reputo a dir poco fastidioso. Naturalmente, questo non mi impedì di portare a casa tre copie del 45 giri italiano. Il collezionismo, però, con la musica c'entra poco...

L'abitudine di commuoversi


I libri di Nicola Pezzoli non mi limito a leggerli e a collezionarli, ne prendo sempre una copia in più per un'amica che nel corso degli anni ha dimostrato di apprezzarli. Nel mio piccolo, poi, cerco di farli conoscere. Magari inserendone le copertine su qualche social che frequento, oppure parlandone a chi, sapendo della mia passione per la lettura, mi chiede il titolo di un libro da regalare, da leggere. Insomma, faccio la mia parte. Non perché ritengo Nicola una persona sensibile, schietta, onesta e via dicendo. Sarebbero dei validi motivi per dare una possibilità in più alle sue opere, ma non è questo. Lo faccio perché ho l'abitudine di commuovermi davanti alla pura espressione del talento. Una bella qualità, credo. E allora spero di risvegliarla in qualcun altro.

Non mi guarda nessuno


Alle cinque del mattino parlo lo stretto necessario e incrocio pochi sguardi, sono troppo impegnato a rendermi invisibile. Come quando ero bambino. Correvo in camera, chiudevo la porta e pensavo "ecco, sulla Terra ci sono miliardi di persone e nessuno mi sta guardando". Non saprei come spiegarlo, ma quei momenti di procurata solitudine mi sembravano una grande conquista, qualcosa che io, piccolo e indifeso, riuscivo a fare senza sforzo apparente. Crescendo ho preso a detestare le porte chiuse, ma di tanto in tanto sento ancora il bisogno di giocare a "non mi guarda nessuno". Devo farlo, perché sto sempre in mezzo alla gente. E allora inizio a leggere i libri nel negozio deserto, prima dell'alba, che qualche volta è densa di pensieri e situazioni andate a male. Aspetto i primi raggi di sole, anche se non rimettono le cose a posto. Le nascondono e basta.

Tenerezza

Andai a vedere Whitney Houston il 4 maggio del 2010, meno di due anni prima della sua scomparsa. Il biglietto costava la bellezza di cento euro, decisamente troppi per un concerto. Normalmente non sarei andato per una questione di principio, poi non ero un super fan della Houston, ma il biglietto mi fu regalato da un parente che mi trascinò di peso al Palalottomatica dopo una giornata di lavoro. Ricordo che durante lo spettacolo Whitney si cambiò d'abito tre volte e fece quanto in suo potere per lasciare qualcosa da ricordare ai presenti. Più di tanto, però, non poté fare, perché la meravigliosa voce dei vecchi tempi non c'era più. Alcuni giorni prima, credo in Australia, la cantante era stata sonoramente fischiata, ma a Roma accadde esattamente il contrario: fin dall'inizio, un pubblico calorosissimo sembrò propenso a passar sopra alle incertezze che affioravano qua e là, aiutando una cantante che appariva vulnerabile, conscia dei propri limiti. Lei non stava bene, te ne accorgevi guardando i suoi occhi sullo schermo gigante, allora mi travolse un'ondata di tenerezza. Sembrava stesse dicendo a tutti noi "eccomi, lo so di non essere quella di un tempo, ma ce la sto mettendo tutta". Già. Quella sera la circondammo di affetto.